LA STRAGE DI DEBRÀ LIBANÒS (maggio 1937)

Dopo l’attentato al vicerè Graziani (19 febbraio 1937) e lo spaventoso eccidio perpetrato per vendetta dagli occupanti italiani ad Addis Abeba la furia fascista si scatena anche contro la secolare città monastica di Debrà Libanòs, risalente al XIII sec. (1).

debra-libanos-1934

Debrà Libanòs nel 1934

I due attentatori in fuga, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, si sono diretti verso il monastero sul taxi di Semeon Adefres, ma non esiste alcuna prova concreta (né mai verrà trovata in seguito) di un coinvolgimento dei monaci nel complotto.
Gli occupanti hanno in realtà molti motivi per voler annientare la forza della chiesa etiopica. Vediamoli. La diffusione del cristianesimo in Etiopia è molto antica e risale addirittura alla conversione del re di Axum Ezana nel 333. I sovrani etiopici hanno fatto nei secoli della chiesa un fondamentale strumento di potere, anche grazie alla leggenda – abilmente costruita – secondo cui la stessa dinastia imperiale sarebbe erede diretta degli amori tra il biblico re Salomone e la regina di Saba.
La chiesa è quindi strettamente legata al negus spodestato. Il vescovo (“Abuna”) capo della chiesa etiopica è egiziano e dipende gerarchicamente dal patriarca copto di Alessandria d’Egitto, paese controllato dagli odiati inglesi, il resto della gerarchia ecclesiastica è costituito da altri quattro vescovi, tra i quali l’abate (“Eceghiè”) del convento di Debrà Libanòs (2).
All’arrivo degli italiani il vescovo Petros era stato fucilato in piazza ad Addis Abeba perchè incitava alla resistenza mentre il capo della Chiesa, l’Abuna Cirillo aveva fatto atto di sottomissione agli invasori (tanto da essere ferito nell’attentato a Graziani) con il resto della gerarchia. Gli italiani tuttavia diffidavano di queste adesioni (3)
Sulla base di labili sospetti il generale Pietro Maletti viene inviato ai primi di maggio 1937 contro la città conventuale .
Secondo le stesse dichiarazioni di Maletti il corpo di spedizione italiano semina morte e distruzione lungo il cammino distruggendo 115.422 tucul (abitazioni), tre chiese, il convento di Gulteniè Ghedem Micael (dopo averne fucilato i monaci) e stermina 2523 arbegnuoc (partigiani).
Giunto a Debrà Libanòs la circonda il 19 maggio ed affida la repressione ad ascari libici e somali, di fede mussulmana. Non c’è pietà. Nei giorni successivi vengono fucilate centinaia di persone.
Da rilevare che nel frattempo i due attentatori si erano tranquillamente eclissati per unirsi alle forze partigiane guidate da Abebè Aregai.
Secondo i rapporti ufficiali di Maletti il 21 maggio vengono trucidati 297 monaci e 23 laici ed il 26 maggio 129 diaconi inizialmente risparmiati per la loro giovanissima età.
Stando alle ricerche degli storici Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik le vittime sono però molte di più: tra 1423 e 2033 morti, perchè vennero massacrate molte persone estranee al monastero (4).

Un altro crimine per cui nessuno ha pagato.

(1) Per la ricostruzione degli eventi: Angelo DEL BOCA, Italiani brava gente ?, Neri Pozza, 2005, p. 225 ss; Le guerre coloniali del fascismo, a cura di Angelo DEL BOCA, Laterza, 1991, .
(2) Le chiese etiopica ed egiziana definiscono se stesse come “ortodosse”, ma non sono riconosciute come tali dagli ortodossi propriamente detti (nè dai cattolici) che le considerano eretiche (monofisite) per aver rifiutato le decisioni del concilio ecumenico di Calcedonia (451). Comunemente la chiesa egiziana viene definita “copta”. Cfr. Aristide BRUNELLO, Le chiese orientali e l’unione, Massimo, 1966, p. 424 ss.

(3) infatti l’Abuna Cirillo fuggirà in Egitto alla prima occasione, disconoscendo gli invasori. Gli italiani obbligheranno il clero etiopico ad eleggere un nuovo Abuna, Abraham.
(4) Ian CAMPBELL, La repressione fascista in Etiopia: il massacro segreto di Engecha, “Studi piacentini”, n. 24-25, 1999; Ian CAMPBELL, Degife GABRE-TSADIK, La repressione fascista in Etiopia. La ricostruzione del massacro di Debrà Libanòs,, “Studi piacentini”, n. 21, 1997.

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