ZAPRUDER: presentazione a Udine 17 marzo 2017

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Una risposta a ZAPRUDER: presentazione a Udine 17 marzo 2017

  1. anche a Trieste ha detto:

    SABATO 18 MARZO
    alle ore 18.00
    presso all’ Antico Caffè San Marco. Libreria e ristorante

    Ilaria La Fata, redattrice della rivista e ricercatrice del Centro studi movimenti di Parma e Luca Meneghesso, ricercatore e operatore sociale, moderati da Tea Giorgi, femminista, presentano il numero 41 della rivista
    ZAPRUDER . PAZZA IDEA. GENERE, SALUTE MENTALE, CONTROLLO.

    Chi non era funzionale al lavoro e al progresso, chi rimaneva al di fuori dei parametri reputati “normali” e dunque non aveva lavoro, famiglia o amor di patria era considerato un granello di sabbia nell’ingranaggio, e dunque andava in qualche modo rimosso.

    Con questo numero di «Zapruder» abbiamo cercato di utilizzare – anche – la categoria del “genere” come lente attraverso la quale analizzare svariate forme di “gestione” della malattia mentale. È una prospettiva di genere a permettere di far emergere le dinamiche dell’internamento di coloro che, rompendo tabù e sconvolgendo abitudini, hanno osato oltrepassare i limiti e spostare i confini tracciati intorno a sé, e allo stesso tempo sono state accusate di essere “naturalmente” portate alla follia.

    «Pericoloso per sé, per gli altri e di pubblico scandalo»: questo il criterio guida, in Italia, per l’internamento degli «anormali» sin dalle disposizioni sui manicomi e sugli alienati presenti nella legge 36 del 1904. La legge 180 del 1978 – più nota, seppur impropriamente, come “legge Basaglia” – si configurò come un punto di passaggio, e non di arrivo, all’interno di un cammino avviato durante la “stagione dei movimenti”, quando si iniziarono a immaginare risposte altre alle sofferenze di donne e uomini, e in diverse città soggetti diversi (psichiatri, infermieri, familiari, operatori sociali, politici) svilupparono un ampio dibattito sulla questione della psichiatria, denunciando a gran voce il carattere segregante e discriminatorio dell’istituzione manicomiale, e si cercarono collettivamente vie nuove per il superamento degli ospedali psichiatrici. E apparve chiaro fin da subito che per distruggere il manicomio, occorreva prima di tutto rovesciare la prospettiva tradizionale, porsi dal punto di vista degli internati e scoprire la disumanità e la sostanziale inutilità di ciò che veniva presentato come cura e riabilitazione. Ciò che veniva condannato era un sistema di fatto carcerario, quello degli ospedali psichiatrici provinciali, che prometteva di guarire patologie come se si fosse stati in un ospedale “comune” ma che di fatto da un paio di secoli (per limitarci ad una prospettiva “eurocentrica”) cercava di risolvere il problema della marginalità e della follia ponendo folli e marginali oltre i confini della società “buona”

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